Prefazione
Questo racconto è rimasto in un cassetto per quasi quarant'anni.
L'ho scritto nel settembre del 1986, durante uno dei tanti viaggi di lavoro che allora mi portavano ad attraversare l'Italia in automobile. Avevo trentatré anni. Facevo un mestiere molto diverso da quello dello scrittore e non immaginavo certo che, molti anni dopo, avrei deciso di dedicare tanto tempo alla narrativa.
Mi colpisce ritrovare, in quelle pagine, una voce che ancora non conoscevo. Un modo di osservare i luoghi, le persone e, soprattutto, me stesso, che sarebbe rimasto silenzioso per molto tempo prima di riemergere nei romanzi scritti molti anni dopo.
In quei giorni stavo viaggiando verso la Sicilia. Credevo di raccontare alberghi, strade, incontri casuali e paesi sconosciuti. In realtà stavo attraversando un passaggio decisivo della mia vita, senza esserne pienamente consapevole. Pochi mesi dopo il mio matrimonio sarebbe finito e sarebbe iniziata una stagione completamente diversa della mia esistenza.
Non ho voluto riscrivere questo testo con gli occhi dell'uomo che sono oggi. Mi sarebbe sembrato un piccolo tradimento. Ho corretto soltanto alcuni refusi e poche imperfezioni linguistiche, lasciando intatta la voce di quel trentatreenne, con le sue inquietudini, le sue ingenuità, le sue domande e perfino il suo bisogno, talvolta eccessivo, di cercare un significato in ogni cosa.
Ogni scrittore possiede un'origine. Questa non è l'origine della mia vita. È, forse, una delle origini della mia scrittura.
E' tardi, Le otto di sera, Di settembre l'ora del buio. Ottocento chilometri percorsi, per pranzo un caffè ed una brioche, qualche cliente e qualche affare concluso.
Viaggio verso la Sicilia e sono stanco. "Fermati Maurizio, ti ci vuole una buona cenetta e un albergo dove dormire. Devi anche telefonare alla moglie. Al socio su in ditta.
Pontecagnano. "No, è tutto buio."
Eboli.’ "Cristo si è fermato ad Eboli" penso “se non mi fermo qui non trovo più né da mangiare né da dormire", ma proseguo.
Contursi Terme; “Questa volta esco" Ma qualcosa mi spinge ad andare ancora avanti.
"Qualunque sia il posto al prossimo casello mi fermo."
Petina, Imbocco sicuro la strada che porta a Petina.
E’ notte ormai. Quasi le nove. La strada sale tra curve assai strette. Nel mezzo di una di queste una visione da fiaba di spettri. Un castello, cosi almeno mi pare, che per un attimo i fari rischiarano. Strapiomba dal buio e m'incute paura.
“Torna indietro Maurizio, lassù non troverai alberghi né ristoranti. E’ un posto da lupi".
Tutto è inutile. Come se l'auto andasse da sola ancora continua l'ascesa, In alto intravedo qualche luce lontana. Dopo un quarto d'ora di curve, finalmente un cartello. Petina mt.698
s.l.m. Sono finalmente arrivato.
Qualcosa di quel posto mi ricorda il paese dell'infanzia. Qualcos'altro luoghi già visti in Spagna, Portogallo, Grecia, Jugoslavia. Ma questa è Petina. Provincia di Salerno, Dove la gente dice “quaglio'". In mezzo alla strada qualche persona. Chiedo un albergo e mi indica-
no una stretta viuzza.
“Sei fortunato, Poteva andare peggio!"
L'albergatore paffuto annuncia che si, la camera c'è. Il ristorante, l’unico del posto, è chiuso, ma volendo lui può prepararmi un po’ di affrettato.
“Meglio di così!”
L’uomo è gentile e cerca di parlare italiano. Mi aiuta a portare il bagaglio su in camera.
Mi ha detto mia moglie: “Attento alla radio.” Ha ragione. Durante i miei viaggi me l’hanno già fregata tre volte!
Scendo e prima di andare a mangiare, provvedo ad estrarre la radio dall’auto e sistemarla in baule. Controllo con cura di non aver dimenticato nulla, doverosamente chiudo tutte le sicure e, solo dopo essermi diretto verso la sala da pranzo, mi avvedo di aver lasciato dentro le chiavi. Mi sono chiuso fuori dall’automobile.
Inutile prendersela! Male che vada sfonderò il deflettore. Rientro in albergo.
“Ci sarebbe un meccanico in paese che sia libero domani mattina?” L’ostessa si informa su cosa sia successo e, seduta stante, manda a chiamare il meccanico del posto. Ma questi non è in casa. “Vedremo domattina.”
Sono stanco. Chiedo dei gettoni e telefono alla moglie. Dio! Mi rimbalzano addosso tutti i quotidiani problemi. L’idraulico, il muratore, e i lavori non vanno avanti, c’è qui Andrea che sta vedendo.
“Passamelo per favore” le chiedo. Qualche istante e arriva l’Andrea.
“Ciao Maurizio, dove sei?”
“Al confine tra la Campania e la Calabria. Ti volevo domandare una cosa, sei mai rimasto chiuso fuori della Volvo?”
“Sì, una volta a Firenze. Ricordi che sei venuto a recuperarmi te?”
“Già, ora mi viene in mente.”
“E poi com’è finita, come hai fatto a rientrare nell’auto?”
“A casa avevo una copia delle chiavi.”
“Ti ringrazio lo stesso, anche se non mi sei di grande aiuto. Cercherò di smontare un finestrino.”
Un breve saluto alla moglie, che lascio immersa nei suoi problemi di canne fumarie, intonaci, riscaldamento. Ricaccio via il dubbio che tanta banalità sia alla fine una copertura di problemi più grossi.
Abbiamo ancora qualcosa di vero da dirci? Non ci voglio pensare.
Vado a mangiare. Il prosciutto è squisito, così anche i pomodori. “Sarà che in tutto il giorno non ho mangiato niente”, penso.
La notizia che sono rimasto chiuso fuori dall’auto ha fatto il giro del paese. Due ragazzi mi vengono a cercare e si offrono di smontare il deflettore. Fantastici! Venti minuti di lavoro e l’operazione riesce alla perfezione. Mi consegnano le chiavi recuperate e mi invitano ad osservare come l’automobile non abbia subito alcun danno. Tanta esperienza mi appare un po’ ambigua. Ma chi è senza peccato...
Do loro diecimila lire per uno e in cambio ricevo un’occhiata tale e quale a come se venissi dagli Stati Uniti.
Sono contento. Telefono alla moglie e le dico che ho risolto il mio problema. Lei mi risponde che mi ama ed io sono ancora più contento.
Le dieci. Vale la pena di fare quattro passi in paese. È una bella serata. Tre ragazze a braccetto mi osservano. In verità chiunque incontro mi osserva. Non devono essere frequenti i forestieri da queste parti!
Non so se sentirmi l’americano imbecille che è rimasto fuori dalla sua auto, o l’uomo elegante che desta ammirazione.
In paese ci sono due bar. Entro nel primo.
"Un whisky."
Mi viene versata una razione incredibile, ma ancora di più mi meraviglio quando arrivo a pagare: mille lire.
Passeggio. Fatalmente reincontro le tre fanciulle. Osservano me o il completo di pelle che indosso? Mi dico comunque che non fa differenza. La brunetta è veramente carina.
Entro nel secondo bar e ordino un caffè. Non vedo quando la barista di sua iniziativa, ci mette lo zucchero. Me ne accorgo al primo sorso! La mia espressione schifata la allarma. Spiego che non posso bere caffè se non amaro. Lei ne fa subito un altro. Non è stata colpa sua, dico, e quindi insisto per pagarli entrambi. Lei non ne vuole sapere, irremovibile e puntigliosa ne riscuote solo uno. Cinquecento lire.
Ho la sensazione di essere fuori dal mondo. O meglio, fuori dal tempo.
Un trattore si è fermato nel mezzo della strada, il suo autista è sceso e si è messo a giocare a carte in un tavolo del bar. Due donne anziane chiacchierano sedute davanti alla porta di casa.
Decido di andare a dormire. Incontro nuovamente le tre grazie e sorrido loro. Il sorriso è ricambiato.
Arrivato in camera, conto distrattamente i soldi che ho in tasca. Su mille lire, che qualcuno mi ha dato in resto, trovo questa frase:
"Chi è possessore di queste mille lire ne deve scrivere al 9 e S. Antonio lo proteggerà e ricco diventerà."
Non so se quel "al 9" sia giustamente interpretato, perché la calligrafia è pessima. Vuole dire “altri nove”? Oppure “al 5”? E che senso potrebbe avere?
Ho messo quelle mille lire in un libro, aggiungendovi sopra: "1/9/1986 – Petina".
Ricordo amuleto o sciocchezza. Tappa di un viaggio che va verso sud. Non uno dei tanti, perché punta diritto al sud di me stesso. Ai vaghi confini ove sgorga il pensiero senza controllo. Dove nulla è dato sapere e solo possiamo tentar di sentire.
Il mattino dopo mi alzo di buon’ora. Pago il conto e riprendo la strada. Scendo lentamente per gli stretti tornanti. Quelle montagne aguzze e fresche mi riempiono la vista e il cuore.
“Il Castello non è poi tanto tenebroso visto di giorno.”
Ma forse è anche più bello. E lì mi soffermo affascinato.
Altro cammino, altro lavoro.
Cosenza mi inghiotte nel traffico. Chiedo un’informazione. Un uomo si premura di guidarmi nel caos.
"Sù con la vita, il mondo ti sorride."
Poi Catanzaro. Mi piace quella città di montagna dalla quale si domina il mare. Cerco gli uffici dell’ENEL. Li trovo e svolgo il mio lavoro (non ne ho più voglia, Cristo!). Mi colpisce il gran numero di usceri. L’impegno che pongono a non fare assolutamente nulla è impressionante. Comprendo che la concentrazione deve essere massima, e lo stress derivante indicibile. Perciò non li disturbo. Non li invidio.
"Caro Maurizio, c’è chi sta peggio di te."
Non c’è ironia in questo pensiero. Sono assolutamente onesto. Così, vegetando, morirei in pochi mesi.
Camminando lentamente in cerca di un ristorante, m’accade di osservare un individuo unico. Nano, gobbo, deforme, il volto satanicamente sfigurato. Eppure ha una espressione intelligente. Mi guarda e si avvede che lo osservo. Mi vergogno. Passo oltre.
Trovo il ristorante. Menù calabrese: pasta con fagioli e broccoli e frittelle di fiori di zucca.
"Simmu nasciuti soli"
(Mi perdonino gli abitanti di Catanzaro)
Il cameriere gli aveva chiesto se le ferie in Francia le aveva passate con la famiglia.
Così il vecchio del tavolo di fronte al mio gli ha risposto.
Hai ragione, vecchio! Non capisco quasi nulla di quello che dici. Ma hai ragione: siamo nati soli. E soli traversiamo un attimo di storia.
Hai ragione. Soli come solitario è questo mio viaggio. È reale questo cammino. Eppure procede come simbolo.
Vorrei conoscere il dialetto per stare ad ascoltare, intuisco che molto potrei apprendere, molte di quelle cose che tutti sanno ma che oggi ho bisogno di sentir dire, e invece capto solo qualche parola.
Riprendo la strada. A Vibo Valentia incontro un uomo tutto d’un pezzo, onesto ed incorrotto. Non mi è funzionale. Ma non sono seccato.
Il mondo pullula di gente che mi è funzionale. Faccio buoni affari con loro. Anche nell’arida e sperduta provincia sboccia qualche fiore. Delicato e debole, come ogni fiore. Eppure bello.
Senza soste, una tappa a Palmi. Poi l’imbarco.
Al bar del traghetto hanno gli arancini. Sono fumanti. Li mangio con gli occhi, ma mi astengo dall’ordinarne uno.
“Non dico di fare la dieta come ti eri ripromesso, ma almeno non esagerare!”
All’ingresso dell’autostrada Messina–Palermo fa l’autostop una splendida bionda. Parla un dialetto del nord.
“Va fino a Palermo?”
Per un attimo vorrei risponderle sì, ti porterò in capo al mondo.
“No, arrivo solo a Barcellona mi dispiace”.
“Stupido”, penso. “Stupido due volte, perché non l’hai presa a bordo e perché hai pensato di poterlo fare.”
Certo, poi, una volta rivoluzionato il mio viaggio, quale risultato avrei ottenuto?
“Siamo nati soli, Maurizio, o vogliamo stare soli? Qual è il vero problema?”
Arriva la sera. Qualche chilometro ancora ed ecco Acitrezza. L’albergo è consueto. La camera comoda. La moglie lontana, senza entusiasmo, mi parla di quotidianità.
Ciò nonostante, provo nostalgia.
A cena mangiando frutti di mare, medito di farla arrivare in aereo. Poi mi informo, faccio due conti, calcolo i tempi. Troppi soldi, troppa fatica. Rimarrò da solo.
E intanto leggo un libro che non mi piace. E più non mi piace e più mi avvince.
Scrivo un racconto di cui non so la fine. Eppure so che tutto è ben premeditato. Sto cercando di dire qualcosa che con le parole sfugge. Nel mentre, l’insieme vive di un’anima che sempre più è sua. Ma la strada è ancora lunga.
Sveglia alle otto.
Il mio amico greco è puntuale. La giornata corre via. Senza infamia né lode.
Una pausa a Santa Croce Camerina. Va il mio cervello con quelle onde lunghissime e quiete. M’inebrio di vento e di mare.
Sono triste. Mi sento sperduto, lontano. E così soffrendo assaporo la verità degli opposti.
E della solitudine mi beo. Svanisce ogni coscienza, e più non conosco se vi sia differenza fra il ritmo del mio respirare e l’onda del mare che pare scandirmi la vita.
Il colore della sabbia è quello della mia pelle. La mia testa, ciottolo largo e stondato, sta là, tra gli scogli. Loro, i colori del verde, del bruno, del blu, non sanno di esistere. Io ne sono una parte. Non leggo, non scrivo, non penso. Sono.
È tardi al ritorno e il sole va calando. Le campagne del Ragusano offrono uno spettacolo unico ed irripetibile. Demetrios si accorge del mio estasiato stupore.
“È l’unico posto in Italia dove i campi vengono divisi con questo sistema di muri a secco.”
“Non è vero”, penso, “ho visto qualcosa del genere anche in Puglia.”
Ma taccio. Quel reticolo assurdo di campi brulli contornati da bianchissimi muri non è certo il massimo della razionalità ai fini di una agricoltura moderna! Ma tutto è perfetto, essenziale.
Un’opera d’arte in cui l’occhio si perde. Il disegno elementare di ogni individuo si fonde con quello degli altri. L’insieme, visto da lontano, evidenzia uno splendido quadro. Provo un moto di invidia. Un senso di disperazione. Potrò mai arrivare a vedermi così? Un insieme armonioso di tratti puliti?
Per ora m’inciampo in pietre ingombranti e difformi. Sono troppo vicino. Troppo dentro una storiella di vita.
Pensava ai suoi vitelli il vecchio contadino, cento anni fa, tirando su quel muro. Lui è passato col suo tempo. I vitelli sono stati macellati. Il muro è divenuto quella cosa “perfettamente inutile” che, stando ad Oscar Wilde, caratterizza l’opera d’arte. Il muro è il testimone che non parla alla coscienza. Eppure, prepotentemente, dialoga.
Ci sono due ragazze al ristorante, nel tavolo vicino al mio. Non troppo giovani, ma più che carine. S’attendono ch’io attacchi “bottone”. Tutto me lo dice di loro. Io lo vorrei.
Sono solo. Scambiare quattro parole mi farebbe piacere. Come al solito, non colgo l’occasione. Dopo avere molto indugiato, mi abbandonano al mio destino.
Un altro giorno. Il quarto di questo mio peregrinare. Acitrezza sul mare. Albergo con spiaggia riservata. Scogli come poesia. Tenere onde suadenti.
Ho qualche ora di tempo. Mi chiudo in camera mia. Leggo. Poi leggo in ristorante. Ancora nella hall dell’albergo. Ho l’espressione stravolta. Mi muovo come un automa.
Si fa strada il presagio.
Ha telefonato mia moglie. È contenta. Lontana. Può fare a meno, vuol fare a meno, di me.
“Mi manchi.”
È sorpresa, lo sento. Pensa che io possa fare a meno, voglia fare a meno, di lei.
"Anche tu... tanto."
Avverto una forzatura. Forse anch’io non le sono sembrato sincero. Non so se sono sincero. Che cosa ci sta succedendo? Siamo distanti. Sempre più distanti. Ben oltre i mille chilometri che ci separano.
Lo sentiamo entrambi. E questo non ci impedisce di muoverci decisi in direzioni che sempre più divergono.
"Sono stata a Certaldo, a vedere le Oba Oba. Mi sono divertita moltissimo. Stasera con Renato andiamo a ballare all’Apogeo..."
Non è tutto. Avrebbe dell’altro da dirmi. Riguarda noi due. Non sa se sia il caso né da dove iniziare. Quel filo di mille chilometri, intriso di tanti messaggi, a me porta il mio.
La tolgo d’impaccio. Domando di Tery, la figlia.
"Sta bene. È fuori a giocare. No, non viene con me. Preferisce i suoi amici. Corre dietro al suo amore."
Correre. Dove corriamo noi due? Questo viaggio d’affari, appena a metà, si sta trasformando in un simbolo ignoto. Penoso cammino verso l’essere soli. Lei sta scoprendo di essere libera. Sta scoprendo la vita. Sta meditando una fuga. La fuga dalla prigione del rapporto con me.
Sempre più sprofondo dentro un vuoto seducente e mostruoso. Verso la fine. La morte, momento sublime, donde tutto rinasce. Non so vedere il segno, il confine ove finisce la morte e la vita riprende.
Saliamo a Misterbianco. E ancora oltre. Il paesaggio è nero di lava rafferma. Ciò nonostante ferve la vita. Sembra che, per sfidare la natura, i catanesi abbiano voluto concentrare le loro fabbriche tutte quassù.
La discussione con Demetrios volge sulle mie ferie, da poco finite, trascorse in Grecia. Dico dei posti visitati, le impressioni raccolte, le specialità degustate.
"Tornerò un giorno in Grecia. Con molto più tempo a disposizione. È terra dove, al di là di ciò che è esteriore, si respira il vento dei miti. Verità universali si impongono. E lì vieni a sapere quanto è giovane l’uomo. È uguale a se stesso."
Demetrios ascolta e tace. Forse avrebbe da dire che sono un po’ matto. Che vivo nel mondo dei sogni. Che lui, dalla sua patria, è dovuto fuggire. Forse vorrebbe smontarmi.
"Ma che importa. Lascia che si crogioli nelle sue fantasie!"
Sono pur sempre il suo principale.
L’assenza di commenti al mio sviolinare m’insospettisce. Cambio gradualmente discorso. Ora parliamo delle difficoltà della lingua.
"Quanto tempo ti è occorso per imparare l’italiano?"
"Per farsi capire sono sufficienti tre-quattro mesi. Ma parlare bene è difficile. Occorrono anni."
L’argomento lo interessa. Ora mi sommerge in un fiume di parole senza doppie. Mi illustra i meccanismi, tecnici e psicologici, mediante i quali si arriva all’apprendimento di una lingua.
Poi aggiunge un fatto ovvio, ma per me singolare: non ci sono parole per tradurre in italiano i fatti della sua infanzia. Non ci sono parole per tradurre in greco il quotidiano della sua attività odierna.
Ovviamente non si tratta di prendere alla lettera tali affermazioni. Ma il concetto è chiaro: la lingua vive con l’esperienza. Il suo greco è fluido sino a comprendere il conoscibile di un greco ventenne. Il suo corretto italiano è disinvolto solo se raffigura esperienze di un uomo maturo.
Ormai non lo seguo più. Lui continua a parlare. La sua voce mi giunge lontana e indistinta, tal quale un rumore tedioso. Sono ripiombato in me stesso e così, su quella scia, improvvisamente mi vedo.
Sto imparando nuovi linguaggi e a qualcosa sto dando l’addio. E la mia anima è triste. E nel trapasso mi chiedo cosa – e chi – perderò.
Penso alla moglie e mi prende l’angoscia. Stiamo già cominciando a parlare due lingue diverse?
"... e così gli ho detto che anche noi di Salonicco abbiamo gli stessi diritti degli abitanti di Atene."
Non so di cosa stesse parlando, ma annuisco. Siamo finalmente arrivati. Lo lascio davanti alla porta di casa. Mi invita a salire per bere qualcosa.
"Grazie. Sei molto gentile, ma preferisco tornare in albergo. Sono stanco e vorrei riposare."
Guido in maniera automatica. Improvvisamente ricordo un sogno che ho fatto la scorsa notte.
Dovevo essere sottoposto a un intervento chirurgico. Una cosa banale. Ma ogni volta che scendevo in sala operatoria la trovavo occupata. Una infermiera mi dice di non prendere la cosa alla leggera, anche se sono medico. Ed aggiunge, dandomi tre pastiglie, di stare attento: trascurandomi potrei anche morire.
Qual è l’intervento chirurgico che l’inconscio mi suggerisce? E perché rischio di trascurarlo? Nessuna risposta mi pare ancora appropriata. Presentimenti vaghi si vanno inesorabilmente addensando. E mentre il cielo è cupo, ancora non ci sono che interrogativi.
Non posso fare a meno di ammirare la raffinatezza dei siciliani colti, e dei palermitani in particolare. Non mi ha detto di no il mio uomo di Palermo. Le proposte che andavo facendo erano dure. Ma non mi ha detto di no.
Mi ha invitato a valutare che un suo “eventuale” calo di interesse potrebbe essermi nocivo.
Sono anni che frequento la Sicilia. Apprezzo il dolce linguaggio che veste i contenuti più crudi. E quello che si usa a Palermo possiede una grazia fonetica che sa conquistare.
Per nulla turbato, ho risposto che una tale “eventualità” era stata da me preventivamente analizzata con il dovuto riguardo. Talvolta nella vita si è costretti ad assumere decisioni difficili, consapevoli dei rischi che queste comportano.
Tutto si è risolto per il meglio.
Parlando con un milanese avrei dovuto dire:
"Mi spiace, ma se Lei non accetta mi vedo costretto a fare a meno della sua collaborazione."
Ma quanta poesia gettata alle ortiche! Abbiamo divinizzato l’essenza, la sintesi.
Così va svanendo la dimensione dell’arte del vivere.
Attraversando Palermo noto il passaggio di un giudice recluso. Una auto blindata fra quattro gazzelle della polizia che viaggiano a sirene spiegate. E là dentro un omino dai grigi capelli.
"Non ci son soldi né onori che possano pagarti. Come puoi fare, omino dai grigi capelli, a restare sereno ogni giorno rischiando la vita? Sempre in ansia per i tuoi familiari?"
Anche questa è Sicilia.
Enna, città seduta su un monte che domina una valle di dune, ci ospita a pranzo. Il mio accompagnatore sostiene che d’inverno, in città, può accadere di camminare letteralmente tra le nuvole. La cosa mi affascina e mi incuriosisce. La gente è cordiale. In una trattoria con terrazzo gustiamo spaghetti "all’araba".
In albergo, un’occhiata alla TV. Un nuovo attentato terroristico. Una portaerei americana fa rotta verso le coste libiche. Gheddafi si è reso irreperibile.
Il mondo cammina verso la morte. Ma nessuno si preoccupa più di tanto.
Poco più di quarant’anni sono bastati a farci dimenticare le follie omicide di un sistema ancora tecnologicamente primitivo. Riteniamo che i nostri amici-fratelli-protettori americani siano troppo ragionevoli per lasciarsi andare a pazzie distruttive. E così stiamo a guardare, tra il preoccupato e il divertito.
Mentre andrebbe detto, forte e subito, che questa mina non si disinnesca rispondendo alla violenza con violenza ancora più cieca.
Ma il viaggio continua. Parto presto per Messina, lì mi intrattengo mezza giornata.
In traghetto sono attratto dalle forme sensuali di una giovane fanciulla. È sola. Vorrei parlarle. Mi avvicino. Come al solito qualcosa mi trattiene e mi impedisce di spiccicare parola.
Il cielo è sereno. Sul ponte respiro a pieni polmoni l'aria salata di mare.
Un ragazzo con i capelli tinti di giallo e di rosso, esibisce se stesso. Un giovane padre con l’hobby della fotografia immortala figli e parenti rafficandogli addosso due interi rullini.
Capelli-tinti nota la fanciulla. Si presenta. Cominciano a parlare. Rientro in coperta e dirigo verso il bar. Inganno l’attesa bevendo un caffè.
Da Villa San Giovanni punto decisamente verso nord. Fino e Benevento. Montesarchio per l'esattezza, dove arrivo che è già notte.
"Come si può fare a passare la domenica a Montesarchio?" chiedo alla barista dell’albergo.
"Andare in montagna," risponde lei sicura. E mi indica la strada. Faccio colazione e telefono alla moglie. La sento vicina. Vorrei essere là con lei.
"Tua figlia" mi dice "ha le mestruazioni".
Mi illustra i dettagli. La prima volta è sempre rilevante anche per le cose più naturali e scontate.
"Cosa dovrebbe fare un padre in tale circostanza?"
"Non so. Il mio a suo tempo ha osservato che stavo diventando grande. Ma non mi ha fatto un particolare effetto."
Decidiamo che le porterò un regalino. Qualcosa da "donna". Si tratta di una basilare "iniziazione". I maschi sono costretti ad inventare i propri riti. Per le femmine la natura provvede in concreto.
Mentre salgo per stretti tornanti il pensiero ripercorre un altro sogno non bello. Sto alla guida di un rullo compressore, in una strada con molte curve a strapiombo sul mare. Vado troppo veloce. Mi distraggo un attimo e sbando. Per fortuna, con un colpo di sterzo rimetto il mezzo su strada e continuo il mio andare.
Sono ora sulla mia volvo. Cammino sempre veloce. Alla mia destra dei lavori in corso. Alla sinistra una donna, bella, che vedo di spalle. Rischio di travolgere la donna che non si sposta. Ma riesco a passarle nel mezzo. Lei rimane là, da sola, mentre il mio viaggio prosegue. Penso che l’ammonimento vada preso alla lettera. Devo stare attento a come guido!
"Ho il piede troppo pesante" (rullo compressore). "E talvolta sono troppo distratto."
Ma c’è dell’altro. Sull’altra sponda dei lavori in corso una donna; il mio stare male di questo periodo e dall’altra parte il medico (per l’appunto una donna) che mi cura. Sta scritto che io l’abbandoni dopo aver rischiato di travolgerla? (Tra l’altro mi piace). Ricordo di aver percepito in lei alcuni disagi.
Il viaggio tanto veloce con mezzi tanto pesanti schiacciava e comprimeva ogni cosa. Penso alla moglie. Sapessi pregare chiederei di salvare il mio matrimonio!
Arrivo alla prigione di Montesarchio. "Ove Carlo Poerio, fra le catene borboniche, meditava sui futuri destini d’Italia". Così si legge, in una lapide di pessimo gusto, sita nella cella che fu dell’illustre personaggio.
L’ambiente è sinistro e perfettamente conservato. Celle anguste, doppie sbarre di ferro. L’uomo, questa bestia incredibile, sa adattarsi alla qualsiasi condizione. Mi chiedo come si possa vivere anni in una stanza di tre metri per due. Soli. Senza servizi igienici. Poi meditando sui destini d’Italia!
La montagna è ripida e fresca. Come poesia spigolosa.
Rimugino sulla telefonata di qualche ora fa. Per la prima volta mia figlia ha le mestruazioni. C’è qualcosa di magico in questo. La magia dei grandi misteri della natura. Potremmo sviscerarli tutti. Sapere biochimicamente ed organicamente tutto. Ma ancora rimarranno splendidamente intatte le grandi questioni della vita e della morte. E nel ciclo eterno di morte e di vita, la prima indispensabile al nascere, la seconda preparazione al trapasso, la donna vive su sé, sin dentro la pelle, passaggi salienti di tale destino. Mestruazioni, parto, menopausa. Non è dato a noi maschi sapere. Possiamo soltanto intuire. Noi non conosciamo col corpo se non minima parte e il nostro destino divien quello di astrarre.
"Come è diverso l’atteggiamento dell’uomo e della donna nell’affrontare i compiti della vita!" Scriveva Sabina Spielrein nel suo diario di molti anni fa; "Lui mette in primo piano il sacro della sua professione, io (lei) invece il sacro dell’amore".
Ci sono due mucche ai bordi della strada, paciose e libere. Non c’è descrizione, non c’è foto o filmato che possano rendere il vederle "de visu".
Improvvisamente ricordo che tra le varie manie della mia gioventù v’era una data fissata per la mia dipartita dal mondo. Trentatre anni. Lo ricordo oggi nel mentre sto effettivamente vivendo il trentatresimo anno.
Dietro consiglio della solita fanciulla del bar, la sera dirigo verso Caserta. Sono le otto ed è già buio quando vi arrivo. Perciò non posso vedere la reggia che ammiro soltanto dall’esterno.
Mi colpisce un cartello: “Settembre a Casertavecchia”. Decido di seguirlo e mi trovo in un’antico borgo medioevale assai suggestivo. C’è molta gente a Casertavecchia che, differentemente da quello che si può pensare, è una frazione di Caserta, non il suo centro.
C’è aria di gran festa. Le solite cose da sagra paesana calate in una cornice di altri tempi.
La ragazza che dirige la bancarella è molto giovane. E’ agli ultimi mesi della sua gravidanza. Non la prima a giudicare dal maschietto di un paio d’anni che le sta intorno e la fa disperare.
A dispetto della sua apparente fragilità ha un piglio notevole. “Sono prodotti artigianali” mi dice “fatti con le mie mani e costati fatica. Non sono disposta a svendere nulla.”
Nonostante ciò, quando vede che l’acquisto è considerevole, o almeno potrebbe esserlo, è costretta a trattare. Ma lo fa con molta grinta, e cede pochissimo. Così va che compro qualche regalo per mia figlia. Una cintura un braccialetto, un paio d’orecchini. Piccole cose che so che lei ama.
Riscendo a Caserta. Quattro passi in piazza Vanvitelli e rientro all’albergo.
Ancora una giornata pesante. Giri affannosi nelle campagne Beneventane in compagnia del mio uomo locale. E’ un tipo singolare. Colto, benestante, disdegna il vile denaro, ma ogni sua azione è tesa a riempirsi le tasche.
A tavola, m’intrattiene amabilmente illustrandomi di come gli Italiani siano masochisti, i Francesi narcisisti ed i Sudamericani isterici. Tende a parlare molto di sé. Ma pare che il suo centro d’amore sia più la sua casa che non la famiglia. Anche se dentro la casa c’è, come è ovvio e talvolta seccante, la moglie.
A sera riprendo il mio viaggio. Finalmente in direzione di casa.
Sono stanco e non soddisfatto del lavoro che ho svolto. Ma i pensieri tristi e cattivi, chilometro dopo chilometro, vanno rapidamente a squagliarsi. Penso con tenerezza alla mia donna con la quale, tra qualche ora soltanto, potrò stare insieme. Son passati solo otto giorni, ma mi sento come chi torni dopo otto mesi. Mi domando, da idiota, se troverò mia figlia cambiata. E il piede affonda sull’acceleratore. È finito il gasolio. Mi fermo ad una stazione di servizio. Approfitto per telefonare a casa.
“Ciao papà, dove sei?” è Tery al telefono.
“Vicino a Roma. Se tutto fila liscio tra quattro ore sono a casa. Mi passi la mamma?”
“Non c’è. È uscita. È andato tutto bene?”
“Abbastanza, ma sono stanco. Di alla mamma, quando rientra, che io arriverò verso le dieci, dieci e mezza.”
“D’accordo. Ti lasciamo qualcosa da mangiare. Vai piano!”
Torna presto. Vai piano. C’è una contraddizione in queste due raccomandazioni. Ma mia figlia non se ne è mai accorta o preoccupata. Costantemente le ripete accoppiate ogni volta che parto o che le parlo al telefono da qualche posto lontano. Questa volta il torna presto lo ha evidentemente ritenuto inutile dal momento che le ho comunicato l’orario del mio rientro.
Salgo in macchina, accendo la radio a tutto volume e riparto in direzione di casa.
Centosessanta chilometri all’ora. La strada è libera. Se non incontro ostacoli arriverò prima del previsto. Si sono ormai dissolti timori e preoccupazioni. In me solo il desiderio di rivedere presto la mia famiglia. Le mie donne, come scherzosamente talvolta le definisco.
Arrivo in vista di Siena. Devo attraversare un pezzetto di città.
Il tempo si è rannuvolato ed ora pioviggina. È buio. Il semaforo è rosso. È evidente che è rosso. Lo vedo, ma la mia coscienza non lo capta. Troppo sono preso da altri pensieri.
Le Volvo sono auto forti, robuste. Calcolate per far fronte a qualunque evenienza. Ma nulla può la mia contro l’enorme TIR che in pieno mi prende su un lato. Vedo luci gialle di fari che volano e ruotano.
E un grande fracasso di ferraglie battute. La mia vettura è ridotta ad un cumulo di rottami.
Il camion è andato a schiantarsi contro un grosso albero ai bordi dell’incrocio. Il suo autista, per fortuna incolume, scende e viene a vedere quel che sia successo.
Alcune auto di passaggio si fermano. Presto si forma, sotto la pioggia, un gruppo di curiosi e di gente che cerca di darsi da fare. Ma ormai non c’è più niente da fare!
Arrivano i carabinieri. Uno di loro si avvicina a quello che rimane della mia vettura dentro la quale sono ancora io, immobile. Dal finestrino andato in frantumi riesce, previa qualche contorsione, ad afferrarmi il polso. Poi, raccolto un pezzetto di vetro da terra, lo mette davanti alle labbra sin quasi ad appoggiarvelo. Procede in maniera meccanica, distaccata, come chi sappia della inutilità del suo compito anche se, per scrupolo, ogni accertamento deve essere eseguito. La situazione comunque è del tutto evidente.
“È morto sul colpo.” Dice rivolto al collega.
“Chiama un’ambulanza. Ed anche i pompieri. Qualcuno dovrà bene tirarlo fuori da qua dentro.”
Morto sul colpo! Improvvisamente realizzo che stanno parlando di me.
Vado a guardarmi da vicino. Risparmio una dettagliata descrizione.
La tesi è inconfutabile. Non ci sono possibilità di errore. Anche un bambino lo capirebbe. Gli occhi sbarrati come ognuno che deceda di morte violenta. Morto sul colpo. Quegli occhi. Mi faccio impressione.
"Qualcuno poteva anche abbassarmi le palpebre!"
Vorrei farlo io. Mi accorgo che non ne sono capace. "Beh, non è strano. Dopo un’incidente così! E poi sono andato. È noto che i morti non fanno alcunché."
Mi rendo conto, mentre così sto pensando, dell’assurdo della situazione. Mi guardo in giro. Sono arrivati i pompieri. Con la fiamma ossidrica stanno cercando di sezionare la macchina per vedere di tirar fuori il cadavere.
I commenti della piccola folla che continuamente muta, si sprecano.
"Com’è successo?"
"Non ha rispettato il semaforo rosso."
"Doveva andare molto veloce."
"È già stato identificato?"
"No, ma c’era qui un signore che ha detto di conoscerlo di vista. Deve essere un industriale di Colle o Poggibonsi."
"Poverino, che brutta fine."
Arriva anche l’ambulanza a sirene spiegate. Vedo perfettamente la scena. Riesco a sentire ogni parola che viene detta o sussurrata, forse anche solamente pensata. Ma non vedo con i miei occhi. Non ascolto con le mie orecchie. Non ho possibilità di agire. Non ho più dimensione corporea. Sono solo un pensiero vagante. La coscienza di un ricordo. Niente altro. Per di più non conosco ciò che ora m’attende. Quale sarà il mio futuro.
Dunque è questa la morte! La fine di un contenitore. E il contenuto ora dove andrà a finire? Tutto mi pare così strano ed irreale! Avverto un certo disagio. Il filo dei miei pensieri si va ingarbugliando.
Sfoglio un grande librone di chiesa. Fatico per tradurre la calligrafia svolazzante. Eppure c’è scritto così:
"A trentatre anni, Maurizio Pacieri terminerà un suo viaggio. L’ultimo. Poi sarà indirizzato ad altri destini."
Il testo prosegue, ma per ogni sforzo ch’io compia non riesco a leggervi più nessuna parola sensata. Lo stesso libro alla fine svanisce nel nulla.
E così stava scritto! Stava scritto in qualche posto lontano. Anche se mai così chiaramente ho avuto occasione di leggere la profezia. Ed ora purtroppo, a nulla può essermi utile.
Mi caricano in ambulanza. Decido di andare con loro. La decisione è mia, ma ho la sensazione di non poter fare altrimenti. Sono preso da uno strano torpore. Mentre corriamo nel buio ricordo il giorno del mio matrimonio. Le parole di rito.
"......... finché morte non vi separi."
E così è andata a finire, la morte ci ha separato. Era nell’aria che comunque non dovesse durare. Non volevamo ammetterlo, ma lo presentivamo entrambi. Io l’amavo. E sono sicuro che lei amava me. Ma troppo distanti i nostri due mondi. Troppa fatica nel dover continuamente mediare. Stavamo cominciando a stancarci. Forse è stato meglio così. Sarà un duro colpo per lei, ed anche per Tery, ma meno.
Purtroppo non posso far nulla per alleviar loro il dolore. Non sono più in condizione. Non mi rimane che sperare che presto per loro la tempesta si plachi. Senza, mi auguro, strascichi troppo pesanti. Mia moglie, libera e sola, saprà fare tesoro delle esperienze trascorse.
Cambierà la sua rotta, ma continuerà il suo cammino. Saprà realizzare i suoi sogni. Tery è già grande. Può cominciare a capire che la vita è fatta anche di bruschi distacchi.
E del sottoscritto che ne sarà? Quale la fine di uno spirito ondeggiante ormai senza legami? A che serviranno esperienze maturate in un mondo che non più mi appartiene? Mi accorgo che anche i pensieri si stancano. Se avessi sempre il mio corpo riterrei d’aver sonno.
Concentrarmi mi costa fatica. La mente, anziché organizzarsi, si abbandona a visioni.
Mi vedo su un banco di scuola, tanti anni fa. Sono intento a disegnare su fogli di brutta casse da morte e teschi di scheletri. Alcuni insegnanti sono assai preoccupati.
"Stupidi! Loro non sanno che questi son simboli. I simboli della voglia di nascere. Continuamente nascere. Solo chi non vive ha facoltà di nascere. La morte è un anello, che lega il divenire."
Mi portano direttamente all’obitorio dell’ospedale. Di lì a poco arriva un dottore. Ha dei moduli in mano. Accanto a lui un portantino. Uno di quelli dell’ambulanza. Il medico riempie i suoi fogli. Di tanto in tanto rivolge qualche domanda e l’altro prontamente risponde.
"Al vostro arrivo era già deceduto?"
"Sì, direi da una mezz’ora circa, dal momento stesso dell’incidente."
"Cause del decesso..." Sta parlando tra sé "Trauma cranico con fuoriuscita di materia cerebrale"
"I parenti sono stati avvertiti?"
"Sì, ci ha pensato la polizia. Anzi, ha già telefonato la moglie e dovrebbe arrivare a momenti."
"Bene. Ritengo che l’autopsia non sia necessaria. Questo è il certificato di morte. Pensi lei a consegnarlo alla signora."
Riesco appena a captare questo colloquio. Mi giunge remoto. Non sono più in grado di prestare attenzione. Potendo direi a quel dottore di prevedere l’autopsia perché l’assicurazione senz’altro la esigerà.
Ma cosa m’importa! Ci penseranno loro. Sono loro i vivi. A loro il compito di organizzarsi. Ora io devo riposare. Riposare. Dormire.
In collegio, facevo la terza elementare, un bambino mi ha dato un violentissimo pugno alla bocca dello stomaco. Quel bambino aveva una testa enorme. E molta forza. Per un attimo, un attimo solo, sono svenuto. È buio. Sento dei vagiti. Provengono dal reparto Maternità.