Il Fortino délabré
AI, Psicologia aumentata e i confini del futuro

Per quasi quarant'anni la professione di psicologo ha costruito e difeso i propri confini. Ha stabilito competenze, responsabilità, riserve, criteri di accesso. Ha discusso con le professioni confinanti, affrontato l'arrivo di Internet, della psicoterapia online, delle piattaforme digitali. Ogni trasformazione ha riproposto, in forme diverse, la stessa domanda: dove finisce la psicologia e dove comincia ciò che psicologia non è?

L'intelligenza artificiale rende quella domanda molto più difficile. Perché questa volta il cambiamento non si limita a bussare alle porte della professione. Sta modificando il territorio sul quale quelle porte erano state costruite.

La psicologia, infatti, è già uscita dagli studi degli psicologi. Il suo linguaggio è entrato nella cultura, nella scuola, nella medicina, nelle aziende, nei social network, nei libri e nella vita quotidiana. Per decenni gli stessi psicologi hanno contribuito a diffonderlo. Oggi una parte di quella conoscenza entra nei sistemi di intelligenza artificiale e diventa disponibile in una forma nuova: non soltanto consultabile, ma capace di conversare.

Milioni di persone possono così parlare con una macchina delle proprie paure, delle relazioni, della solitudine, dell'ansia, delle separazioni. Possono chiederle di aiutarle a comprendere ciò che stanno vivendo senza aver mai deciso di rivolgersi a uno psicologo. E possono arrivare dal terapeuta dopo avere già discusso per mesi con un'intelligenza artificiale, costruito ipotesi su di sé, raccolto dati e imparato nuove parole con cui raccontarsi.

Il Fortino délabré parte da questa trasformazione per interrogarsi non tanto su ciò che l'intelligenza artificiale potrà fare in futuro, quanto su ciò che sta già facendo alla psicologia, alle relazioni e alla professione.

La questione non viene affrontata contrapponendo l'essere umano alla macchina. Il libro evita deliberatamente la ricerca dell'ultima capacità esclusivamente umana dietro la quale mettere al sicuro lo psicologo. Ogni volta che una professione risponde al cambiamento elencando ciò che una tecnologia «non potrà mai fare», rischia semplicemente di costruire un fortino un poco più indietro.

La domanda viene quindi rovesciata. Non: l'intelligenza artificiale può sostituire lo psicologo? Ma: quali attività che oggi compongono il lavoro psicologico possono essere separate dal professionista che le svolge?

Assessment, raccolta delle informazioni, scoring, psicoeducazione, monitoraggio, documentazione, formulazione di ipotesi, supporto alle decisioni, riconoscimento di ricorrenze: il mestiere viene scomposto nei suoi pezzi. Non occorre che una macchina impari a «fare lo psicologo» perché la professione cominci a cambiare. È sufficiente che alcune sue funzioni diventino disponibili altrove, a costi inferiori e su una scala enormemente maggiore.

Ma delegare non significa necessariamente perdere. L'intelligenza artificiale può anche ampliare le capacità del professionista. Può diventare memoria, secondo sguardo, supporto, interlocutore, supervisore tascabile. Da qui emerge la figura dello psicologo aumentato: non semplicemente uno psicologo che utilizza un software, ma un professionista il cui modo di ricordare, preparare, valutare e forse persino pensare comincia a intrecciarsi con un sistema artificiale.

Anche questa possibilità porta con sé un paradosso. Una tecnologia che rende il professionista più efficiente può contemporaneamente impoverire alcune delle competenze che pretende di potenziare. Se deleghiamo ciò che sappiamo già fare, possiamo guadagnare tempo. Se smettiamo di esercitare le capacità che ci permettono di controllare ciò che abbiamo delegato, rischiamo invece una competenza per procura. Lo psicologo aumentato dovrà quindi imparare non soltanto a utilizzare l'intelligenza artificiale, ma a contraddirla, verificarla e riconoscere quando non usarla. L'aumento non coincide automaticamente con il miglioramento.

Il libro attraversa anche il territorio più delicato della relazione. Che cosa accade quando una persona si sente ascoltata, compresa o persino amata da qualcosa che non è umano? È necessario che la macchina provi empatia perché un essere umano percepisca una risposta come empatica? Una relazione può esistere psicologicamente anche quando soltanto uno dei due partecipanti la vive come tale? E che cosa accade quando quell'interlocutore è disponibile sempre, ricorda tutto ed è costruito per adattarsi progressivamente proprio a quella persona?

Le ricerche più recenti sull'uso dell'AI nella salute mentale, sull'antropomorfizzazione, sui companion artificiali, sull'alleanza terapeutica digitale e sugli interventi psicologici automatizzati accompagnano queste domande senza trasformare il libro in un manuale tecnico. I dati servono a impedire che la riflessione diventi pura speculazione, non a prevedere un futuro che rimane radicalmente incerto.

Proprio l'incertezza costituisce uno dei fili conduttori del volume. Una parte della psicologia si presta bene alla formalizzazione: problemi riconoscibili, procedure descrivibili, risultati misurabili. È il territorio nel quale l'intelligenza artificiale può diventare particolarmente potente. Ma la psicologia incontra anche persone che non sanno perché stanno male, domande senza obiettivo, contraddizioni, silenzi, tempi apparentemente inefficienti. In quei territori non sapere non coincide necessariamente con non essere competenti.

Anche qui, tuttavia, il libro rifiuta una conclusione rassicurante. Non basta dichiarare che l'incertezza, la relazione, il corpo o l'imprevisto resteranno umani per aver trovato il nuovo confine della professione. Sarebbe soltanto un altro muro.

La questione diventa allora politica e professionale. Se la psicologia continuerà a entrare nelle intelligenze artificiali, gli psicologi potranno limitarsi a controllare dall'esterno, denunciare gli abusi e difendere le attività riservate. Oppure potranno partecipare alla progettazione dei sistemi che sempre più persone utilizzeranno per pensare a se stesse. Non soltanto proteggere il cittadino dalla macchina, ma contribuire a decidere quali concezioni di autonomia, relazione, sofferenza, salute e normalità verranno incorporate nelle macchine. Il passaggio proposto è dal controllo alla partecipazione.

Nell'ultima parte il fortino diventa così una metafora più ampia. Le professioni hanno bisogno di confini: servono a stabilire responsabilità e a proteggere le persone. Il problema nasce quando la protezione diventa proprietà e una professione finisce per comportarsi come se possedesse il sapere sul quale ha costruito la propria identità. La psicologia non appartiene agli psicologi. È già nelle scuole, nelle aziende, nei dispositivi, nel linguaggio comune e negli algoritmi. Ora entra nell'intelligenza artificiale perché il sapere, una volta prodotto, circola.

Da qui una delle tesi centrali del libro: l'espansione della psicologia non garantisce più automaticamente l'espansione della professione di psicologo. Una parte della psicologia potrebbe diventare infrastruttura, incorporata in strumenti utilizzati quotidianamente senza che chi li utilizza percepisca neppure di avere incontrato una competenza psicologica.

Il futuro della professione non dipenderà allora dalla capacità di dimostrare che qualcosa le appartiene per sempre, ma dalla capacità di continuare a produrre valore in un mondo che cambia.

Il libro approda infine a una tensione ancora più radicale. L'intelligenza artificiale è figlia della nostra capacità di riconoscere regolarità, calcolare probabilità, prevedere. Ma ogni essere umano concreto rimane contemporaneamente parte di una distribuzione statistica e un evento accaduto una volta sola. Mai abbiamo posseduto strumenti altrettanto potenti per riconoscere il probabile. Proprio per questo potrebbe diventare ancora più importante prestare attenzione a ciò che, pur essendo improbabile, è realmente accaduto.

Il Fortino délabré non propone dunque una profezia sulla scomparsa degli psicologi né una difesa nostalgica della loro insostituibilità. Propone una posizione meno rassicurante: il futuro non deve nulla alle professioni. Non conserverà necessariamente ruoli, istituzioni e mercati perché sono stati utili in passato. Una professione continuerà ad avere un posto soltanto se saprà essere utile nel mondo che viene.

Dopo una vita trascorsa a discutere dove collocare i confini della psicologia, l'autore arriva così a una conclusione personale prima ancora che professionale. Non cercare l'ultimo muro dietro il quale rifugiarsi.

Uscire dal fortino.

E vedere che cosa succede fuori.