In questi giorni sto facendo una cosa molto semplice. Sto cercando un editore per un romanzo.
Il romanzo si intitola La versione migliore. È ambientato nel 2038 e parla, fra le altre cose, di intelligenza artificiale, identità, autonomia, dipendenza. Ha inoltre una caratteristica che non ho alcuna intenzione di nascondere: è nato attraverso una lunga collaborazione con un'intelligenza artificiale.
Proprio cercando un editore mi sono imbattuto in qualcosa che mi ha incuriosito. Alcune case editrici dichiarano esplicitamente di non accettare opere scritte, in tutto o in parte, con l'intelligenza artificiale. Altre chiedono all'autore di certificare di non averla utilizzata.
Non discuto, naturalmente, il diritto di un editore di scegliere ciò che vuole pubblicare. Un editore costruisce un catalogo e stabilisce le proprie regole.
Mi interessa però il fenomeno culturale che quelle regole segnalano. Perché improvvisamente sentiamo il bisogno di distinguere ciò che è autenticamente umano da ciò che è stato contaminato dalla macchina?
La prima risposta potrebbe essere: per trasparenza. E su questo non ho particolari obiezioni. Potrei perfino immaginare che tra qualche anno sui libri compaia la dicitura human written. E potrei comprenderla benissimo. Sarebbe una sorta di marchio di origine. Qualcosa di simile a "prodotto artigianale", "fatto a mano", "coltivato biologicamente".
Non significa necessariamente migliore. Significa: questo oggetto è stato prodotto in questo modo. Chi attribuisce valore a quella caratteristica potrà sceglierlo proprio per questo. Chi non gliene attribuisce potrà scegliere diversamente.
Quello che comprendo molto meno è un'altra cosa: la trasformazione di un criterio di trasparenza in una limitazione preventiva della libertà creativa.
Un autore può scrivere chiuso per sei mesi in una stanza. Può discutere ogni sera ciò che ha scritto con la moglie. Può sottoporre cento pagine a dieci amici e riscriverle sulla base delle loro reazioni. Può lavorare con un editor. Può partire da una fotografia, da una canzone, da una conversazione ascoltata in treno. Può imitare consapevolmente uno scrittore che ama e trascorrere i successivi vent'anni cercando di liberarsene. Può perfino prendere una decisione narrativa perché una mattina qualcuno al bar gli ha detto una frase. Tutto questo appartiene normalmente alla storia della creazione.
Perché dunque l'ingresso dell'intelligenza artificiale dovrebbe improvvisamente introdurre una soglia oltre la quale l'opera smette di essere legittimamente valutabile?
Non ho una risposta. Ho piuttosto uno sconcerto.
Perché istintivamente continuo a pensare una cosa molto semplice: ognuno dovrebbe essere libero di creare nel modo che preferisce. È poi il risultato che va valutato.
Un romanzo scritto interamente da un essere umano può essere magnifico oppure pessimo. Un romanzo nel quale è intervenuta un'intelligenza artificiale può essere magnifico oppure pessimo.
E naturalmente esiste anche la possibilità, probabilmente molto frequente, di produrre con l'IA una quantità industriale di testi mediocri. Ma la mediocrità del risultato mi sembra un ottimo motivo per rifiutare un libro.
Il processo attraverso il quale qualcuno è arrivato a quel risultato mi sembra una questione diversa.
C'è poi un'ambiguità ulteriore. Che cosa significa esattamente "scritto con l'intelligenza artificiale"? Ho usato un correttore ortografico? Ho chiesto a una macchina se una frase funziona? Le ho chiesto dieci sinonimi? Ho discusso con lei un personaggio? Le ho fatto leggere un capitolo? Le ho chiesto di individuare una contraddizione nella trama? Ho accettato una sua frase? Un paragrafo? Una pagina? Le ho chiesto di scrivere una scena che poi ho riscritto tre volte? Ho costruito con lei l'intera architettura del romanzo?
Sono evidentemente situazioni diverse. Io le ho sperimentate tutte con soddisfazione. Ma non possiamo comunque comprimerle dentro una sola categoria: "uso dell'IA".
Forse è proprio questa difficoltà a rendere la questione interessante. Perché, a pensarci bene, neppure l'autore tradizionale è mai stato quell'individuo puro, isolato e autosufficiente che oggi sembriamo voler proteggere.
Scriviamo con una lingua che non abbiamo inventato. Pensiamo attraverso categorie che abbiamo ricevuto. Siamo pieni dei libri che abbiamo letto, delle persone che abbiamo amato, dei maestri che abbiamo seguito e di quelli contro i quali ci siamo ribellati. Siamo influenzati dalle nostre culture, dalle nostre relazioni, dalle nostre dipendenze. Persino dagli avversari.
L'autonomia non è mai consistita nell'essere privi di influenze.
Forse consiste piuttosto nel modo in cui ci lasciamo modificare da ciò che ci influenza e in ciò che, a nostra volta, riusciamo a farne.
Perché l'autorialità dovrebbe essere completamente diversa?
Non mi interessa molto stabilire se un'idea sia entrata nella mia testa leggendo Dostoevskij, parlando con un amico, ricordando mio padre o discutendo per tre ore con un'intelligenza artificiale.
Mi interessa che cosa ne ho fatto.
Naturalmente con l'IA compare qualcosa di nuovo. Non è un libro già scritto, non è un amico, non è un editor tradizionale. Risponde. Propone. Si adatta. Può conoscere progressivamente il progetto e diventare un interlocutore continuo del processo creativo.
Proprio per questo credo che dovremo imparare a descrivere meglio queste collaborazioni. Trasparenza, dunque. Attribuzione, certamente. Regole chiare nei concorsi, soprattutto quando persone che utilizzano strumenti diversi vengono messe in competizione fra loro.
Ma la purezza è un'altra cosa.
E la parola comincia a inquietarmi. Perché dietro la comprensibile esigenza di sapere come qualcosa è stato prodotto intravedo talvolta un'altra esigenza: stabilire una frontiera fra l'umano autentico e l'umano contaminato.
E non sono affatto sicuro che quella frontiera esista. O almeno che sia dove pensiamo di metterla.
Forse l'intelligenza artificiale ci sta costringendo a vedere qualcosa che era vero anche prima della sua comparsa: l'essere umano non è mai stato un sistema chiuso.
Siamo creature permeabili. Diventiamo ciò che siamo anche attraverso ciò che ci attraversa. E forse la creatività non è l'arte di mantenersi puri dalle influenze. È l'arte di trasformarle.
Per questo continuo a pensare che un autore debba essere libero di utilizzare gli strumenti, gli interlocutori e persino le contaminazioni che ritiene utili.
Poi metta il libro sul tavolo. Dica con chiarezza come è nato, quando questo è rilevante. E a quel punto leggiamolo. Se è brutto, buttiamolo via. Se è bello, mi interesserebbe molto capire perché dovremmo rifiutarlo.
Quando cominciamo ad avere bisogno di certificare la purezza dell'umano, forse significa che il confine dell'umano ha già cominciato a muoversi.